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Mario Ceroli

Ragazza di Firenze I, 2010, altorilievo in legno di pino di Russia e foglia d’oro, 280 × 110 × 140 cm
Ragazza di Firenze II, 2010, altorilievo in legno di pino di Russia e foglia d’oro, 280 × 110 × 140 cm

©Foto Massimo Listri

 

Mario Ceroli (Castel Frentano 1938)

Dagli anni Cinquanta ha lavorato a Roma, inizialmente con Fazzini, Leoncillo e Colla, suoi professori all’Istituto statale d’arte, realizzando sculture in ceramica. Dal 1958 ha usato il legno in tronchi, configgendovi chiodi da carpentiere; nel 1960 ha vinto il premio della GNAM per la giovane scultura. Ceroli impiega assi di legno grezzo per elaborare lettere, numeri, oggetti della quotidianità e silhouette di figure sagomate, spesso ripetute per creare ambienti, come Cassa sistina, premiata alla Biennale di Venezia del 1966. Ha vissuto a New York tra il 1966 e il 1968, periodo in cui ha esposto alle mostre di arte povera in Italia, al Museum of Modern Art di Tokyo, alle biennali di San Paolo e Parigi. Nel 1969 ha installato una scultura di ghiaccio al Festival di Spoleto. Dagli anni Settanta ha modellato in legno l’involucro architettonico di alcuni spazi sacri. Negli anni Ottanta ha sperimentato l’uso del vetro e ha iniziato a creare opere a tutto tondo. Ha partecipato a sei Biennali di Venezia e quattro Quadriennali di Roma. Si ricordano le personali a Parma (1969), Pesaro (1972), Firenze (1983), Pechino (1999), Buenos Aires (2000), Roma (2000 e 2007), Bologna (2012). Dal 1968 ha lavorato anche in teatro, cinema e televisione, collaborando con Ronconi, Pasolini, Patroni Griffi, Bolognini, Pressburger, Amodio e Macchi, e insegnando scenografia all’Accademia di belle arti dell’Aquila. Ha creato grandi opere per spazi pubblici: Squilibrio, esposto a Graz per Trigon ’67, all’aeroporto di Roma Leonardo da Vinci e alla Casa di Leonardo a Vinci, il Cavallo alato negli studi RAI di Saxa Rubra, il Goal di Italia ’90 a Roma e L’albero della vita a Sestriere. Tra le opere monumentali: le chiese a Roma, Porto Rotondo e Napoli e il Sacrario della Polizia di Stato a Roma. Dal 1989 è Accademico di San Luca e dal 2004 Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana.

Due ‘Veneri’ dorate, realizzate in legno di pino, accolgono lo spettatore nell’atrio, come ombre del noto capolavoro di Botticelli nella Galleria degli Uffizi. La silhouette della dea della bellezza incornicia simbolicamente l’ingresso allo studio dell’Ambasciatore: la simmetria, voluta dall’artista, diventa il tema della composizione, inquadrando scenograficamente le bandiere dell’Italia e dell’UE che si intravedono sullo sfondo. La Ragazza di Firenze, bidimensionale e concepita per la visione frontale, è emblematica della cifra stilistica di Ceroli, che dagli anni Sessanta ha utilizzato il legno grezzo – un materiale economico, per cui in seguito fu associato da Germano Celant all’arte povera – per ritagliare, affiancare o disporre in serie silhouette stilizzate, ovvero sagome ripetibili dei contorni di figure ridotte all’essenziale. Al tempo stesso, è rappresentativa dell’elegante rilettura della storia dell’arte operata da Ceroli, che reinventa le icone del passato, classiche o rinascimentali. Citando la Venus pudica del Botticelli, che a sua volta riprendeva stilemi espressivi di età ellenistica, e ‘autocitando’ la sua precedente Goldfinger/Miss (1964), con quest’installazione l’artista celebra un’iconografia colta ma priva di monumentalità, che abbraccia una figurazione pop non descrittiva, ricordando che la musa e modella di Botticelli, Simonetta Vespucci, era una star ante litteram. Si crea in questo modo un gioco di rimandi tra l’arte italiana, immersa nel flusso continuo della storia, e le influenze della pop art statunitense, alla quale Ceroli negli anni Sessanta guardava con interesse. La Ragazza di Firenze costruisce, quindi, un ponte ideale tra due sponde dell’Occidente, che esprime meravigliosamente il leitmotif del progetto Villa Firenze Contemporanea. (Renata Cristina Mazzantini)